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La diatriba di Terenas: la disneyficazione di Riot è un bene?

Reduce da anni di cambiamenti rilevanti nel panorama videoludico che l’ha vista protagonista per longevità e fidelizzazione, Riot Games si è ritrovata spesso nell’occhio del ciclone. La rocambolesca scalata al successo ha però talvolta smosso delle bufere mediatiche, che hanno convinto il colosso a rimettersi in discussione. La community è certamente una delle colonne portanti se si vuole rimanere saldamenti ancorati al mercato, dunque ascoltare i feedback dei fruitori è altrettanto essenziale. La storia della società statunitense racchiude difatti un interesse meticoloso e dolcemente incline alle richieste – o lamentele – della propria utenza. Chi vive e respira a pieni polmoni l’ecosistema di casa Riot sa già che questa è una religiosa corsa al quotidiano: ove ogni giorno milioni di utenti argomentano sulle decisioni più disparate intraprese dalla società. Il palcoscenico nostrano vanta di personalità di spicco che, anche per molti anni, hanno trainato l’entusiasmo di maree di appassionati, ergendosi, per anzianità e professionalità, a veri e propri portavoce del settore. Uno dei più partecipi e agguerriti è sicuramente Terenas, uno dei vetusti nomi che risuonano da diverso tempo nello streaming italiano di League of Legends. Ciò che è accaduto, e muta giorno dopo giorno nella community con cui è a contatto, lo ha spinto a riflettere sui rigidi cambi di marcia promossi da Riot. Tra critiche mosse da un’utenza attenta e fedele, fino a delle scelte decisamente più velate, il creator si è ritrovato nella necessità di mettere a nudo quelli che sono i malcontenti dei giocatori di tutto il mondo. Diamo inizio così, tra un caffè e un pizzico di sana critica, a quello che gradisco definire l’appuntamento dedicato alle “Diatribe di Terenas”. In questa serie di discussione, cercheremo di delineare un sentiero marcato e ben delineato, che mira a farci comprendere un po’ di più l’operato di Riot Games. Servivano sopracciglia importanti per una discussione importante, no?

Terenas sulla “Disneyficazione dei prodotti Riot”

Da sempre l’universo di League of Legends vanta di quello che possiamo definire un “multiverso nascente”, ricco di personaggi ed eroi, tutt’altro che cuciti dall’ordinario. La follia creativa di casa Riot ha negli anni conquistato un po’ tutti, diciamocelo, ora merito di un processo di empatizzazione dei singoli protagonisti, ora merito di una direzione artistica assai prelibata. I gusti del pubblico hanno quasi sempre trovato un armonioso riscontro in una o più delle creature partorite dalle fucine creative di Riot. Che si tratti di creature incantante, possenti guerrieri o fetide mostruosità, i giocatori di tutti i gusti hanno largamente apprezzato il caleidoscopio di campioni presenti nel MOBA. Gli ultimi arrivati nella landa però hanno lasciato un retrogusto troppo uniformato e standardizzato, che in un certo senso li raggruppava sotto un solo comun denominatore: la “pucciosità”, concedetemi il termine. Il trend parla chiaro, qualcosa nei cantieri di Riot sta cigolando verso una direzione ben precisa, un odore quasi fiabesco, che ricorda gli echi del tratto disneyiano. Campioni come Zoe, Neeko, Lillia, Seraphine e Yuumi sono l’esempio lapalissiano di un velato ma coordinato cambio di direzione, in termine di art direction. Non che questo sia per forza un male da incriminare, attenzione. Sebbene le ultime creazioni risentano di un’orchestrata decisione in termini stilistici, non sono assolutamente da denigrare per fattezze. A conti fatti si discute sempre e comunque di un valore soggettivo. Giudicare “bella” o “brutta” una delle nuove creature, solo perché non in linea con il nostro gusto personale non è una critica costruttiva, se posta su questo piano. La discussione in questione va ben oltre il mero gusto personale, poiché lambisce un concetto universalmente sacro e inoppugnabile: la necessità di diversità. La svolta artistica dirottata da Riot ha difatti affievolito l’eterogeneità di campioni proposti nell’ultimo periodo. Riot stessa nel 2018 ha inoltre dichiarato che ci sarebbe stato, da quel momento in avanti, un solo campione “creatura” all’anno. Una mossa discutibile e rischiosa, data la presenza di regioni brulicanti di mostriciattoli di ogni genere, basti pensare a ciò che abbiamo visto in Legends of Runeterra. Impavidi e scaltri Yordle? Tenebrosi mostri del Void? Chimeriche Vastaya? Scoiattoli palestrati? Tutto un multiverso creativo e potenzialmente appena scrutato, lascerà il passo a quasi soli umanoidi. Un vero peccato. La diversità dunque andrebbe ricercata nei soli esseri antropomorfizzati? Il concetto già di per sé è paradossale, specie offuscando le luci della ribalta per creazioni più fantasiose. L’aggravante risiede inoltre nell’idealizzazione del concetto di “umano” in senso lato. Ormai si tende troppo a stereotipare, calcando la mano su tratti prettamente indicativi che richiamano il concetto di bello universale, pensiamo al curioso rework di Dr Mundo in League of Legends per farci un’idea. Manca la sana diversità e il culto dell’imperfetto ultimamente, ma forse si sta solo affievolendo. La disneyficazione però va ben oltre la semantica stessa ricercata nel termine. Non si tratta neanche di alterare gli stereotipi, al fine di emulare il noto mondo delle fiaba, ma di premere l’acceleratore su un brusco appiattimento del concetto di diversità. Nella game industry moderna non è però una presa di posizione così anomala dopo tutto. Basti pensare che molte altri grandi sono scivolati in un rework intenzionale e coraggioso, spesso mettendosi in discussione a più riprese. Il grottesco non affascina più come un tempo e la cronaca ci dà tristemente ragione. Tutto deve risultare catchy ed appetibile per un pubblico più giovane, anche se bisogna riformulare alcuni dei punti di forza del passato. Il futuro dell’industria vira su un pubblico pian piano più giovane, che identifica in certi canoni un prodotto più sano ed “accogliente”. Cerchiamo un colpevole, ma infondo l’unico concetto da mettere in discussione è il politicamente corretto.

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